Paoletta prima de Le Paolette

A quanto pare, mi hanno detto che se hai un sito con uno shop e una bella attività social devi anche avere un blog. Tutte quelle robe relative all’engagement, all’algoritmo e quei duemila paroloni inglesi che “sapiddu”, come si dice a Palermo.

Se dobbiamo ballare, balliamo!

A parte tutto, nonostante la scrittura non sia tra le mie attività creative preferite, mi piacerebbe condividere con voi un pezzetto della mia storia per raccontarvi come tutti, nonostante le difficoltà e la sofferenza, siamo in grado di farcela, tutti possiamo cambiare se non siamo felici e tutti possiamo chiedere aiuto per acquisire gli strumenti giusti per conoscerci e amarci a fondo.

Ho già raccontato in una serie di post su instagram e facebook un pò di Paola prima de Le Paolette, ma mi sembra giusto riprendere qui il filo del discorso per legarsi meglio ai contenuti che verranno in futuro.

Benvenuti in questa nuova avventura Paolettosa!



I primi di ottobre del 2010, stavo traslocando la mia vita da Palermo a Milano per andare a studiare Product Service System Design al Politecnico, senza avere minimamente idea che Milano mi avrebbe salvato la vita.

Penso che oggi mi vediate tutti come una persona gioiosa, positiva e colorata. Ma non è sempre stato così, o almeno non ne ero consapevole.



A 10 mesi a casa dei nonni

Sono nata a Palermo il 24 ottobre del 1987.

Mia mamma, Alessandra, mi racconta sempre che era un ottobre caldissimo e soleggiato che sapeva di estate.

Ero tondetta, con dita delle mani lunghissime e, secondo quello che continua a raccontare zia Marika, ero bella quanto pelosissima. Buona parte di quei peli è cascata nel primo anno di vita, e il resto continua a dare lavoro ai centri estetici e alle fabbriche di rasoi.

Ero una bimba sorridente, con occhi neri grandi e vispi e da subito sono stata per tutti “Paoletta”.

Per mio papà, Salvatore, ero il soggetto preferito da fotografare. Amava me quanto la sua macchina fotografica Praktica e lo esprimeva a modo suo scattandomi foto bellissime, ma anche alcune abbastanza bizzarre. Ne ho una in cui sono infilata nella libreria del salotto di casa e si vede chiaramente che sto per cappottarmi di lato. Mi fa sempre sorridere quando ci penso.



Il mio primo compleanno, insieme a mamma e papà

Ero una bimba tranquilla e mediamente socievole. Nei miei ricordi mi rivedo timida, fragile e molto attaccata a mamma.

Sono stata convinta di essere così fino a pochi anni fa. Nei primi anni di Milano ho invece scoperto che già allora, quando ero ancora solo una piccola Paoletta, avevo un’indole tutt’altro che timida e “mammolina”, semplicemente avevo vissuto un contesto e delle dinamiche che non mi aiutavano a far venir fuori la vera me.

Ho sempre avuto la passione per la carta, i colori, il disegno, le stoffe. Complici papà e zia Marika estremamente creativi, con un gran talento, buon gusto e sempre all’opera su qualche nuovo lavoretto.

Fino ai 13 anni più o meno tutto bene. Brava a scuola, qualche fidanzatino, degli amici, una famiglia unita.

Al IV ginnasio sento dentro di me il primo serio crack. Uno stupido e crudele meccanismo adolescenziale tra compagni di classe, mi aveva fatto mettere in discussione totalmente quella che ero stata fino ad allora. I dubbi cominciarono ad assalirmi su qualunque cosa.

Non avevo più la minima idea di chi fossi e mi sembrò che tutto stesse andando a rotoli.

Non sapevo che invece era solo l’inizio di un doloroso quanto magico percorso di rinascita.


Quel crack dei 14 anni era avvenuto, e ricordo che ne parlavo, ponevo tante domande ai miei genitori riguardo ai miei mille dubbi esistenziali. Purtroppo i crack dei 14 anni vengono spesso sottovalutati e la cosa che mi sentivo dire più spesso era “non ti preoccupare, non è niente, passerà, ce la farai”. Era vero, ce l’avrei fatta, ma spesso mi sono chiesta se avrei potuto risparmiarmi anni di arrovellamenti cerebrali, se quella rottura adolescenziale fosse stata affrontata in maniera diversa. Forse, no, chissà. Probabilmente era proprio così che doveva andare e sono felice di essere qui oggi a raccontarvelo con un amore dentro, soprattutto nei confronti dei miei genitori, molto più puro e consapevole di allora, senza né rabbia né rancore.


A 15 anni il crack diventò voragine. Arrivò anche la separazione dei miei genitori, una nuova famiglia per mio papà e un grande dolore dentro mia mamma.

Ricordo che a casa cantavo, anche se evitavo certe canzoni perché a mamma facevano male. Come potevo non ascoltarla.

Ho sempre cantato, fin da piccolissima. Ho un’immagine in mente di me, a circa due annuzzi, che mi metto in piedi sul letto al mattino e comincio a cantare “spunta la luna dal monte”. Mi sono sempre chiesta come mai mi piacesse tanto quella canzone.

Amavo e amo cantare, non ho mai pensato di volerlo fare per mestiere, ma è una cosa animica. Mi libera, mi sfoga, mi carica, mi emoziona.